Olivier de Berranger

È già tempo di ripresa?

L’argomento della settimana del  27/03/2020

a cura di Olivier de Berranger – Chief Investment Officer

Il 2020 rimarrà negli annali dei mercati azionari. Il ribasso registrato nelle prime due settimane di marzo è avvenuto con una velocità che si era raramente vista in passato: i mercati americani hanno vissuto la peggiore settimana dal 2008 e quelli europei hanno praticamente mandato in fumo la metà dei guadagni dell’ultimo decennio. Eppure, per quanto strano possa sembrare al termine di così tanti record negativi, questa crisi ne ha appena strappato uno al rialzo. In effetti, i mercati azionari hanno registrato una settimana di euforia con la maggior parte degli indici in crescita del 10-15%. Dopo i minimi raggiunti durante la seduta del 16 marzo molti mercati sono addirittura bull (crescita superiore al 20%). Martedì, il Dow Jones ha messo a segno il rialzo maggiore dal 1933, anche se la pandemia di covid-19 continua a imperversare nel mondo…

Semplice rimbalzo tecnico o inizio di una ripresa duratura? Va detto che nelle crisi non sono rari i rimbalzi tecnici, spesso violenti. Nel 2008 l’S&P 500 ne aveva registrato uno del 19% tra fine ottobre e inizio novembre e del 21% tra fine novembre e inizio dicembre, per tornare poi a perdere. Il movimento cui abbiamo appena assistito, benché impressionante, potrebbe inquadrarsi in questa logica.

Al di là dell’aspetto tecnico, cosa potrebbe giustificare l’ottimismo dei mercati? Se proseguiamo nel raffronto con la crisi del 2008 vale la pena soffermarci su un punto: la velocità e la portata della risposta delle banche centrali e dei governi. Gli annunci continuano a moltiplicarsi, anche negli ultimi giorni. Lunedì, la Federal Reserve ha annunciato un quantitavive easing illimitato per le obbligazioni corporate. Il giorno successivo, la Casa Bianca e il Senato hanno concordato un piano di sostegno di 2.000 miliardi di dollari, pari al 10% del PIL americano. Questo piano prevede aiuti diretti alle famiglie (fino a 1.200 dollari per adulto e 500 dollari per bambino), prestiti alle PMI (367 miliardi), alle grandi aziende, alle città e agli Stati (500 miliardi) e uno stanziamento di 130 miliardi per gli ospedali. Benché questi aiuti siano inferiori agli importi richiesti da alcuni investitori (4.500 o addirittura 6.000 miliardi) è lecito pensare che il governo americano stia conservando alcune munizioni per adeguare la sua risposta in base alla durata del lockdown.

Questi aiuti colossali spiegano in parte l’euforia dei mercati. Rimane ora da capire se durerà. Due, infatti, sono le grandi incognite. La prima è di ordine sanitario. A fronte delle misure drastiche adottate dall’Europa la risposta americana rimane parziale. Solo alcuni Stati (New York e la California in particolare) hanno adottato misure di contenimento mentre Trump ostenta grande leggerezza di fronte alla gravità della situazione sanitaria. Non c’è dubbio ormai che gli Stati Uniti saranno il prossimo epicentro della pandemia. Anche se scontato dai mercati potrebbe essere comunque un fattore di stress.

L’altra incognita è di natura microeconomica. Molti meccanismi sono oggi dispiegati per garantire la sostenibilità delle imprese ed evitare fallimenti a ripetizione anche se le vendite e i profitti saranno impattati in maniera molto violenta. Ci vorrà del tempo per tornare alla normalità. Pertanto, sebbene le valorizzazioni possano apparire interessanti, non sarà probabilmente sufficiente, date le prospettive di business risicate, ad alimentare un aumento sostenuto.

Benché un altro brusco ribasso sia possibile pensiamo che possa essere contenuto grazie alle misure adottate dalle banche centrali e dai governi. I timori generati dagli impatti microeconomici possono invece ostacolare una vera ripresa. Possiamo probabilmente aspettarci mercati sempre volatili ma più erratici, privi di tendenze chiare finché non saranno dissipate le incertezze sopramenzionate. In un contesto simile, la mobilità, di cui il nostro team di gestione dà prova ogni giorno, sarà la chiave della performance.

Il 2020 rimarrà negli annali dei mercati azionari. Il ribasso registrato nelle prime due settimane di marzo è avvenuto con una velocità che si era raramente vista in passato: i mercati americani hanno vissuto la peggiore settimana dal 2008 e quelli europei hanno praticamente mandato in fumo la metà dei guadagni dell’ultimo decennio. Eppure, per quanto strano possa sembrare al termine di così tanti record negativi, questa crisi ne ha appena strappato uno al rialzo. In effetti, i mercati azionari hanno registrato una settimana di euforia con la maggior parte degli indici in crescita del 10-15%. Dopo i minimi raggiunti durante la seduta del 16 marzo molti mercati sono addirittura bull (crescita superiore al 20%). Martedì, il Dow Jones ha messo a segno il rialzo maggiore dal 1933, anche se la pandemia di covid-19 continua a imperversare nel mondo…

Semplice rimbalzo tecnico o inizio di una ripresa duratura? Va detto che nelle crisi non sono rari i rimbalzi tecnici, spesso violenti. Nel 2008 l’S&P 500 ne aveva registrato uno del 19% tra fine ottobre e inizio novembre e del 21% tra fine novembre e inizio dicembre, per tornare poi a perdere. Il movimento cui abbiamo appena assistito, benché impressionante, potrebbe inquadrarsi in questa logica.

Al di là dell’aspetto tecnico, cosa potrebbe giustificare l’ottimismo dei mercati? Se proseguiamo nel raffronto con la crisi del 2008 vale la pena soffermarci su un punto: la velocità e la portata della risposta delle banche centrali e dei governi. Gli annunci continuano a moltiplicarsi, anche negli ultimi giorni. Lunedì, la Federal Reserve ha annunciato un quantitavive easing illimitato per le obbligazioni corporate. Il giorno successivo, la Casa Bianca e il Senato hanno concordato un piano di sostegno di 2.000 miliardi di dollari, pari al 10% del PIL americano. Questo piano prevede aiuti diretti alle famiglie (fino a 1.200 dollari per adulto e 500 dollari per bambino), prestiti alle PMI (367 miliardi), alle grandi aziende, alle città e agli Stati (500 miliardi) e uno stanziamento di 130 miliardi per gli ospedali. Benché questi aiuti siano inferiori agli importi richiesti da alcuni investitori (4.500 o addirittura 6.000 miliardi) è lecito pensare che il governo americano stia conservando alcune munizioni per adeguare la sua risposta in base alla durata del lockdown.

Questi aiuti colossali spiegano in parte l’euforia dei mercati. Rimane ora da capire se durerà. Due, infatti, sono le grandi incognite. La prima è di ordine sanitario. A fronte delle misure drastiche adottate dall’Europa la risposta americana rimane parziale. Solo alcuni Stati (New York e la California in particolare) hanno adottato misure di contenimento mentre Trump ostenta grande leggerezza di fronte alla gravità della situazione sanitaria. Non c’è dubbio ormai che gli Stati Uniti saranno il prossimo epicentro della pandemia. Anche se scontato dai mercati potrebbe essere comunque un fattore di stress.

L’altra incognita è di natura microeconomica. Molti meccanismi sono oggi dispiegati per garantire la sostenibilità delle imprese ed evitare fallimenti a ripetizione anche se le vendite e i profitti saranno impattati in maniera molto violenta. Ci vorrà del tempo per tornare alla normalità. Pertanto, sebbene le valorizzazioni possano apparire interessanti, non sarà probabilmente sufficiente, date le prospettive di business risicate, ad alimentare un aumento sostenuto.

Benché un altro brusco ribasso sia possibile pensiamo che possa essere contenuto grazie alle misure adottate dalle banche centrali e dai governi. I timori generati dagli impatti microeconomici possono invece ostacolare una vera ripresa. Possiamo probabilmente aspettarci mercati sempre volatili ma più erratici, privi di tendenze chiare finché non saranno dissipate le incertezze sopramenzionate. In un contesto simile, la mobilità, di cui il nostro team di gestione dà prova ogni giorno, sarà la chiave della performance.

Commento redatto il 27 marzo 2020.