Enguerrand Artaz

Commento LFDE del 5 dicembre

Natale anzitempo

L’Eurostoxx 50 segna un rialzo del 20% e l’S&P 500 del 15% circa, i premi di rischio sulle obbligazioni corporate riallacciano con i livelli di aprile e i tassi a lungo termine scendono bruscamente… Dalla fine del mese di settembre, gli investitori si sono lasciati portare da una ventata di ottimismo che ha soppiantato un pessimismo acuito all’inizio dell’autunno. Questo stesso ottimismo è stato nel frattempo alimentato dalla flessione dei dati sull’inflazione negli Stati Uniti e dalla prospettiva di una riduzione dei rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed) nei prossimi mesi.

Un ottimismo che potrebbe ora trasformarsi in un compiacimento poco razionale, come dimostrano i movimenti di mercato della scorsa settimana. A seguito del discorso di Jerome Powell, gli indici azionari, negli Stati Uniti soprattutto, hanno messo a segno un forte rialzo anche se non una sillaba nelle dichiarazioni del presidente della Fed abbia fornito nuove informazioni. Powell ha semplicemente confermato che il prossimo rialzo dei tassi sarà sicuramente più contenuto di quelli precedenti, cioè più simile allo 0,5% che allo 0,75%, vale a dire lo scenario di base del mercato da diverse settimane ormai.

Una reazione così positiva di fronte a una non-notizia suscita qualche interrogativo sulla razionalità dei recenti movimenti. Oltre a confermare un rallentamento nel ritmo dei rialzi dei tassi, Powell ha anche assicurato che il tasso di riferimento finale sarà sicuramente più alto rispetto alle previsioni di settembre della Fed e che la banca centrale è ben lungi dall’aver vinto la sua battaglia contro l’inflazione. Inoltre, cresce di settimana in settimana la prospettiva di una forte recessione globale nel 2023, mentre gli utili previsti a 1 anno sono stati rivisti moderatamente al ribasso soltanto. Infine, rimangono molte incertezze, dal conflitto russo-ucraino alla situazione economica e sanitaria in Cina, fino al rischio energetico in Europa. Con così tante nubi all’orizzonte, come si giustifica una tale fiducia?

Non sono rari i “bear market rallys”, ossia un forte rialzo a breve termine delle azioni in un trend ribassista di medio termine. In media, dagli anni ’70, sono stati del 15% sull’S&P 500, talvolta superiori al 20%, e sono durati 55 giorni. Rientra quindi nella norma il recente rimbalzo – +14,5% sull’S&P 500 in poco più di 2 mesi. Si tratta quindi di capire se siamo di fronte a un nuovo “bear market rally”, preludio di un nuovo calo o addirittura di un nuovo minimo per i mercati azionari, oppure se siamo all’inizio di un’inversione di tendenza più duratura. La seconda ipotesi sembra poco probabile date le prospettive cupe per la politica monetaria e il ciclo economico, ma alla luce anche delle valutazioni – ragionevoli ma non attraenti – e del posizionamento tecnico, visto che in molti mercati i livelli di appetito per il rischio sono eccessivi. Tutte le buone notizie, per giunta, sono ormai scontate: il rallentamento del rischio di un rialzo dei tassi da parte della Fed, il picco dell’inflazione negli Stati Uniti, l’inizio mite dell’inverno in Europa che riduce il rischio di una crisi energetica.

Perché la tendenza continui sarebbero necessarie altre buone notizie, a cominciare dalla conferma che l’inflazione statunitense sta davvero decelerando. In assenza di nuovi catalizzatori, e a maggior ragione se dovessero riapparire segnali meno positivi, i mercati, che hanno festeggiato il Natale anzitempo, rischiano di passare le vacanze natalizie con i postumi della sbornia.

Télex

Fiducia in calo: stando all’indagine del Conference Board, la fiducia dei consumatori statunitensi diminuisce a novembre, con un deterioramento marginale della percezione della situazione attuale e un peggioramento molto più marcato di quella della situazione futura. Il sentiment dei consumatori rimane comunque al di sopra del minimo dell’anno, raggiunto a luglio. Va notato che le famiglie continuano ad avere una percezione molto solida del mercato del lavoro. È leggermente aumentata nel corso del mese la percentuale di famiglie che considerano i posti di lavoro abbondanti, mentre quella di coloro che ritengono che siano difficili da trovare ristagna a livelli molto bassi.

Flessione che inganna la vista: nell’Eurozona, l’inflazione a novembre è scesa più rapidamente del previsto, al 10% su base annua rispetto al 10,4% previsto (e al 10,6% di ottobre). Questa flessione è in gran parte dovuta al calo dei prezzi dell’energia, che ha portato una diminuzione dell’indice globale dei prezzi nel corso del mese. Tuttavia, l’inflazione di fondo, quella che conta per la banca centrale, non rallenta e rimane attestata al 5,0% su base annua, come il mese scorso.

A pieno regime: l’occupazione statunitense non mostra alcun segno di debolezza! La creazione di posti di lavoro, 263.000 a novembre, è stata ancora una volta superiore alle aspettative. Questo dato è certamente inferiore a quello di inizio anno, ma molto più alto della media di lungo periodo. Nel corso del mese però possiamo soprattutto osservare una forte nuova accelerazione dell’inflazione salariale, che supera il 5%, con un aumento dello 0,6% della retribuzione oraria media. Si tratta di un vero e proprio punto di attenzione per la Fed che continua a temere il rischio di creare un loop prezzi-salari, che non si è ancora concretizzato.