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Onnipotenza delle banche centrali?

L’argomento della settimana del  25/03/2019

a cura di Olivier de Berranger – Chief Investment Officer

 

Se la correzione degli eccessi dell’ultimo trimestre del 2018 spiega parte del forte rialzo dei mercati all’inizio dell’anno rimane il fatto che a fare da catalizzatore è stata la svolta accomodante delle principali banche centrali. E’ d’uopo il vecchio detto “don’t fight the Fed” alla luce soprattutto del discorso più “dovish” di quest’ultima nel corso della settimana.

Jerome Powell ha iniziato riportando la sorpresa dei membri della Fed di fronte al forte deterioramento negli ultimi tempi degli indicatori economici mentre la banca centrale rivedeva a ribasso i suoi obiettivi di crescita per il 2019 (2,1% vs 2,3%) e per il 2020 (1,9% vs 2,0%). Ha sottolineato inoltre diversi rischi che potrebbero ulteriormente indebolire l’economia americana, tra cui i conflitti commerciali e il rallentamento dell’economia globale. La cautela, coniugata con un rallentamento atteso dell’inflazione, giustifica una revisione verso il basso delle proiezioni sull’andamento dei tassi nel 2019. Una netta maggioranza dei membri del FOMC (11 su 17) non prevede quindi alcun rialzo dei tassi quest’anno. Nessuno all’interno della Fed ritiene, naturalmente, che i tassi di interesse diminuiscano in corso d’anno ma il cambiamento di rotta è notevole dato che erano solo in due a contemplare lo status quo durante la riunione di dicembre. Powell ha inoltre indicato che il programma di riduzione del bilancio della Fed sarà interrotto a fine settembre al termine di una graduale riduzione.

Una Fed che per ora almeno mette fine alla sua politica di normalizzazione monetaria, una Banca Centrale Europea che non prevede di attuarla prima del 2020 almeno, una Banca del Giappone e una Banca Popolare Cinese in sintonia con questo approccio molto accomodante… una manna per i mercati? In termini di reazione immediata non c’è dubbio: gli ultimi mesi lo hanno dimostrato. Nel più lungo termine è meno ovvio. Nonostante i toni più morbidi della Fed i mercati azionari hanno del resto chiuso la settimana in rosso per due ragioni principali. Da un lato, la politica e la geopolitica, con una navigazione a vista sulla Brexit e i conflitti commerciali dopo le ultime dichiarazioni di Donald Trump. Il Presidente americano ha infatti utilizzato toni più duri nei confronti di Pechino spiegando che i dazi sui prodotti cinesi rimarranno “in vigore per un importante periodo di tempo”. Afferma infatti di voler essere sicuro che, in caso di accordo con la Cina, “questa lo rispetti”.

Dall’altro, la macroeconomia, soprattutto. Venerdì scorso è stata, da questo punto di vista, una giornata terribile. Tutti gli indicatori preliminari PMI di marzo sono stati chiaramente deludenti negli Stati Uniti, in Giappone e nell’Eurozona. Nel Vecchio Continente si sono rivelati addirittura pessimi con un PMI manifatturiero tedesco che è crollato a 44,7, a due passi dai minimi toccati nel 2012. Questa nuova ricaduta è preoccupante mentre avremmo potuto sperare in una stabilizzazione almeno in assenza di un miglioramento sostanziale. Certo, questo rallentamento è il principale motivo della svolta “dovish” delle banche centrali che hanno ancora molti strumenti a disposizione per agire sull’economia. Ma nell’attuale contesto macroeconomico e geopolitico sembra forse troppo ottimistico immaginare che bastino i toni accomodanti sul piano monetario per evitare i rischi di un grave shock.