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Tra inversione e carcerazione

L’argomento della settimana del 10/12/2018

a cura di Olivier de Berranger – Chief Investment Officer

 

Alla fine, il rimbalzo dei mercati all’indomani della tregua concordata durante il G20 tra Cina e Stati Uniti è stato di breve durata e gli asset a rischio hanno chiuso, ancora una volta, la settimana in territorio negativo. I motivi sono due: il timore di un’inversione nella curva dei tassi americani e l’arresto in Canada, su richiesta degli Stati Uniti, del CFO del gruppo cinese Huawei.

 

Bisognerà attendere gli sviluppi di quest’ultima vicenda per capire fino a che punto siano in pericolo i negoziati commerciali che stanno per iniziare tra gli Stati Uniti e la Cina. Tuttavia, l’arresto di Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei, Ren Zhengfei, incombe sulle trattative sino-americane poiché, da un lato, Huawei è un’importante azienda cinese e uno dei principali concorrenti di Apple, dall’altro perché Ren Zhengfei è molto vicino al Partito Comunista Cinese.

 

I timori suscitati da una potenziale inversione della curva dei tassi americani meritano ulteriori spiegazioni. Sono imputabili, in base alle lezioni del passato, al livello raggiunto dai tassi a 2 e 3 anni che superano attualmente quelli a 5 anni. L’inversione della curva è un ottimo leading indicator della recessione! Tuttavia, perché questo “segnale” di recessione sia forte, deve interessare buona parte della curva dei tassi ed essere poi confermato dagli spread statisticamente più rilevanti, vale a dire il 10 anni-3 mesi e il 2 anni-3 mesi. Ora, lo spread 10 anni-3 mesi era sceso a un livello minimo di 49 punti base, pur rimanendo positivo. Il 2 anni-3 mesi, a 37 bp, si avvicina alla media registrata dal 2010 (44 bp) ed è ben superiore al minimo del luglio 2017. Infine, considerando tutti gli spread possibili, si osserva un’inversione per il 4% circa soltanto della curva dei tassi americani. Il “segnale di recessione” è solido a condizione però che il dato statistico salga al 50% almeno.

 

Va inoltre osservato che la contrazione dello spread tra il tasso a 10 anni e quello a 3 mesi è perlopiù dovuta alla debolezza del decennale che è in effetti passato dal 3,24% di inizio novembre al 2,88% di inizio dicembre per via dei commenti della Fed ritenuti molto accomodanti. Proprio la settimana scorsa, i tassi a lungo termine sono scesi dopo che un articolo del Wall Street Journal aveva indicato una “pausa” eventuale da parte della banca centrale al termine della riunione di dicembre e un suo intervento in base agli indicatori. Niente di nuovo! Da mesi ormai sappiamo che la Fed sarà “data dipendent” e che si è concessa la possibilità di adeguare il ritmo della sua politica inerente la stretta monetaria in base alle condizioni economiche.

 

L’individuazione di un cambiamento importante di rotta nel percorso della Fed, o una reazione eccessiva all’inversione puntuale di una parte molto circoscritta della curva dei tassi, sono due sintomi di un mercato eccessivamente stressato in cui ogni informazione può essere oggetto di interpretazioni eccessive in quanto giustifica il sentiment a breve termine degli investitori.