Greggio: mare in burrasca
Gli Stati Uniti nuotano in un mare di petrolio. Di fatto, sono di gran lunga il primo produttore mondiale di petrolio con oltre 21 milioni di barili al giorno nel 2023 tenendo conto di tutti i prodotti petroliferi, di cui oltre 12 milioni di barili di greggio rispetto ai 10 milioni ciascuno circa per il secondo e il terzo produttore, l’Arabia Saudita e la Russia[1]. Questo dato rappresenta oltre il 20% della produzione mondiale e il trend è destinato a crescere.
Il Paese è inoltre annoverato tra i principali esportatori mondiali di prodotti petroliferi di ogni tipo: oltre 6 milioni di barili al giorno.
Eppure, il blocco dello Stretto di Hormuz da quando è scattata a fine febbraio l’offensiva americano-israeliana contro l’Iran, sta portando a un drastico aumento negli Stati Uniti del prezzo della benzina: +20% al 13 marzo. Il prezzo della benzina, a 3,6 dollari al gallone, ovvero poco meno di 1 dollaro al litro, si avvicina ai record del 2023 e del 2024, nonostante sia ancora lontano dal picco di 5 dollari al gallone raggiunto nel 2022.
Come si spiega questo paradosso?
In realtà, anche se gli Stati Uniti nuotano in un mare di petrolio, continuano a dipendere fondamentalmente dalle importazioni dall’estero per i loro consumi perché il greggio prodotto sul posto è poco adatto alle raffinerie locali e alle reti di distribuzione. La produzione locale è costituita principalmente da petrolio leggero e a basso tenore di zolfo, mentre le raffinerie sono state costruite decenni fa per un petrolio pesante e ricco di zolfo, da qui la necessità di importare un petrolio diverso da quello prodotto sul posto. Inoltre, le raffinerie e le scorte, situate principalmente nel Midwest e intorno al Golfo del Messico – o «d’America», nel linguaggio di Trump – sono lontane dai principali centri di consumo, le coste orientale e occidentale, ampiamente attrezzate con terminali per ricevere petrolio straniero. Infine il Jones Act, una legge del 1920, stabilisce che i carichi di merci – compreso il petrolio – trasportati tra due porti americani debbano essere imbarcati su navi costruite, possedute e gestite da americani, ostacolando così la concorrenza e rendendo il trasporto interno molto più costoso.
Risultato: produzione e consumi di petrolio non sono allineati, a scapito dei consumatori ma a favore dei produttori che beneficiano di un prezzo mondiale del barile in aumento mentre i loro costi di produzione rimangono invariati. L’indice MSCI USA Energy è così salito del 28% dall’inizio dell’anno a fronte di un indice generale S&P 500 che è sceso del 2% al 12 marzo.
Vista la pressione che si esercita sui consumatori americani, che presto si esprimeranno durante le elezioni di medio termine previste per il prossimo novembre, il capo dello Stato – responsabile in ultima istanza di questo aumento vertiginoso – non può restare con le mani in mano.
Sta quindi valutando di sospendere temporaneamente il Jones Act, una mossa rara. Accetta di rilasciare 172 milioni di barili dalle riserve strategiche, in un’azione coordinata a livello mondiale tramite l’Agenzia internazionale per l’energia – ma questo rilascio richiederà del tempo. Autorizza l’acquisto da parte di altri Paesi del petrolio russo stoccato sulle petroliere e sta valutando la possibilità di sospendere una tassa federale sulla benzina, che frutta però 18 centesimi di dollaro al gallone, ovvero circa 5 centesimi al litro, fondamentali per il bilancio americano.
Si possono immaginare molte altre forme di intervento sul prezzo della benzina. Scommettiamo che al presidente “deal maker” non mancherà di certo l’immaginazione al riguardo.
Ma a medio termine, a prescindere dai meccanismi messi in atto per attenuare lo shock, mancherà pur sempre il 20% del petrolio mondiale finché lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso – così come, del resto, buona parte del gas e dei fertilizzanti mondiali, fondamentali rispettivamente per l’industria e l’agricoltura.
Di fronte a questa impasse, o si avviano i negoziati e lo stretto torna navigabile, ma a quale prezzo in termini di concessioni politiche? Oppure gli Stati Uniti tentano di controllare militarmente lo stretto, il che non avverrà senza conseguenze. In ogni caso, non si potranno evitare alcuni costi significativi – politici, diplomatici, finanziari – che gli Stati Uniti potrebbero aver sottovalutato. È giunta l’ora che venga sfoderata la famosa «Arte del deal», per ora ben nascosta, affinché Trump possa a sua volta dividere le acque.
Alexis Bienvenu, Gérant, La Financière de l’Échiquier (LFDE)
Rédaction achevée le 13.03.2026
Disclaimer: I dati e le opinioni, nonché i settori e i titoli citati, sono forniti a scopo informativo e, pertanto, non costituiscono né un’offerta di acquisto o di vendita di un titolo, né una consulenza in materia di investimenti, né un’analisi finanziaria. Le opinioni espresse sono quelle dell’autore e non impegnano in alcun caso la responsabilità di LFDE. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.
[1] Fonte: Energy Information Administration https://www.eia.gov/tools/faqs/faq.php?id=709&t=6
