Shock migratorio = shock economico?
La politica economica dell’amministrazione Trump si è finora articolata attorno a tre grandi riforme: la guerra commerciale, il Big Beautiful Bill e la deregulation. Riportarla a questo trittico, senza considerare gli effetti collaterali della politica migratoria sull’economia, sarebbe tuttavia un po’ riduttivo.
Donald Trump, che si è prefissato l’obiettivo di espellere 3.000 migranti illegali al giorno, pari quasi a un milione all’anno, sta preparando uno shock demografico dalle molteplici ramificazioni economiche. Quali?
Più che in altre aree del mondo, la storia negli Stati Uniti è intimamente legata a ondate migratorie successive. Secondo l’OCSE*, gli abitanti nati all’estero costituiscono uno dei motori dell’economia americana con, rispetto ai nativi, un tasso di disoccupazione inferiore nonché un tasso di occupazione e un tasso di partecipazione al mercato del lavoro più elevati. A differenza di quanto si pensi, vantano un contributo fiscale netto – imposte e contributi rapportati alle prestazioni e ai servizi ricevuti – positivo, che rappresenta l’1% circa del PIL. Questa popolazione costituisce poco meno del 20% della popolazione attiva, attestandosi vicino alla media dei paesi OCSE.
Nel 2025, l’American Enterprise Institute (AEI)**, un think tank americano neoconservatore e neoliberista, stima che la politica migratoria dell’amministrazione Trump comporterà per la prima volta, dopo vari decenni, un saldo migratorio negativo. Uno shock, a seconda dello scenario considerato, per la crescita economica nel 2025 stimato tra il -0,3% e il -0,4% del PIL americano. Per due terzi circa questo impatto è dovuto al rallentamento della produzione, mentre il restante terzo è imputabile al calo indotto dei consumi e all’aumento del risparmio precauzionale tra i migranti che rimangono sul suolo americano.
Non è trascurabile nemmeno l’impatto sul livello di inflazione, stimato in un aumento aggiuntivo dei prezzi dello 0,5%.
Infine, anche l’impatto sull’occupazione è notevole dato che l’AEI prevede un numero inferiore di posti di lavoro creati nella seconda metà del 2025, stimato tra 10.000 e 60.000 a seconda degli scenari, contro 124.000 nel primo semestre. Il tasso di disoccupazione rimarrebbe così contenuto anche se si rischierebbero tensioni salariali nei settori in cui la manodopera immigrata irregolare è maggiormente rappresentata: edilizia, agricoltura, alberghi e ristorazione in primo luogo.
Se i mercati finanziaria sembrano già aver preso atto delle conseguenze dei dazi, del programma di bilancio e delle misure di deregulation, gli investitori potrebbero essere chiamati nei prossimi mesi a esaminare le conseguenze dell’ondata di espulsioni negli Stati Uniti.
Redazione completata il 18.07.2025, Clément Inbona, Gestore di fondi, LFDE La Financière de l’Échiquier (LFDE)
