Olivier de Berranger

Commento LFDE del 1 agosto

La Banca del Giappone stretta nella morsa

a cura di Olivier de Berranger, gestore, redatto il 29.07.2022

 

Sulla scia delle pressioni inflazionistiche a livello globale, tutte le banche centrali – tranne poche eccezioni – stanno inasprendo le loro politiche monetarie e portando avanti una battaglia spietata contro l’aumento dei prezzi. La Federal Reserve (Fed) statunitense, ad esempio, ha appena compiuto una mossa molto rara, rialzando i tassi dello 0,75% per la seconda volta consecutiva. Tra le eccezioni troviamo invece la Banca del Giappone. Benché l’inflazione inizi a profilarsi nella sua area e lo yen sia molto deprezzato rispetto al biglietto verde, non cambia rotta e mantiene una politica monetaria ultra-espansiva. Perché?

Parte delle motivazioni vanno ricercate a livello storico. Da trent’anni ormai il Giappone soffre di un lungo periodo di stagnazione e deflazione innescato dalle varie crisi che, a partire dal 1990, hanno colpito la sua economia dopo lo scoppio della bolla speculativa a due teste: mercato azionario e immobiliare. Una situazione senza precedenti che ha spinto la Banca Centrale giapponese a rispondere con misure della stessa portata, note come non convenzionali. In primo luogo, ha portato gradualmente i tassi di riferimento a zero e in seguito attuato il primo programma di acquisto di attività, noto come Quantitative Easing (QE), finalizzato a iniettare liquidità. Ne consegue che il Giappone si trova ora ad affrontare un debito pubblico stratosferico, pari al 250% del PIL, un pesante vincolo che lascia pochissimo margine di manovra. In effetti, il governo giapponese non può permettersi oggi l’elevato costo del servizio del debito. Pertanto, la Banca del Giappone adotta una politica di “Yield Curve Control”, ovvero di acquisto proattivo di titoli di Stato al fine di mantenere i rendimenti a livelli molto bassi.

Il ritorno dell’inflazione oggi in Giappone è tutt’altro che allarmante perché si attesta su un livello molto contenuto, al di sotto del 3%, mentre la crescita dei salari è sotto controllo. Può addirittura essere considerata una buona notizia per la Banca del Giappone che, da anni, stava ricercando questa configurazione. Se osserviamo inoltre da vicino l’inflazione giapponese, le variazioni dei prezzi sono dovute principalmente a parametri esogeni volatili, ovvero i prezzi dell’energia e dell’agricoltura. Poiché le pressioni sui prezzi legate alla domanda globale di materie prime iniziano a mostrare alcuni segni di debolezza, questa inflazione potrebbe svanire nel giro di qualche mese o addirittura trimestre.

Tuttavia, è improbabile che un’inflazione di questo tipo, importata perlopiù, possa essere considerata sana poiché non è né il risultato di una forte crescita né di una domanda interna. L’altro parametro che preoccupa è la valuta giapponese. In effetti, lo yen ha recentemente toccato il minimo da 24 anni rispetto al dollaro per via del crescente divario tra la politica monetaria giapponese e quella della Fed. Se l’indebolimento dello yen dovesse persistere, potrebbe generare un aumento dell’inflazione e rallentare al contempo l’economia giapponese, che fatica a ritornare ai livelli pre-Covid.

In sintesi, la Banca del Giappone si trova di fronte a un grave dilemma: mantenere la sua politica di controllo della curva dei rendimenti sperando che l’inflazione scenda oppure alzare i tassi con il rischio di pregiudicare la già sofferente dinamica economica? Una cosa è certa: la banca centrale dell’arcipelago sembra accettare pienamente questa reazione tardiva, proprio come la BCE. Questo non prefigura forse la morsa strutturale in cui sono strette le banche centrali dei Paesi del G7, sempre più prigioniere dei tassi bassi? Quelli della BCE sono ancora a zero, con un’inflazione all’8,6%. La stessa Fed, che ha appena alzato i tassi al 2,50%, sta iniziando a cambiare registro mentre l’inflazione è al 9,1%. I Paesi sviluppati possono permettersi, complessivamente, di aumentare i tassi in modo sostenibile ma soprattutto efficace? A dircelo sarà il futuro, anche se è lecito nutrire qualche dubbio.

 

Télex

Verso un allentamento della stretta? Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha annunciato mercoledì scorso un aumento dello 0,75% dei tassi che corrisponde a un intervallo tra il 2,25 e il 2,50%. Era una decisione attesa che è stata anche accompagnata da un discorso rassicurante sulla solidità dell’economia di fronte al rischio di recessione e da un cambiamento di registro per parlare di futuri aumenti dei tassi. Il presidente della Fed ha detto che il ritmo della stretta potrebbe rallentare a settembre, anche se non è del tutto esclusa l’opzione di una stretta altrettanto forte. Il mercato ha voluto ricordare la svolta soprattutto verso una maggiore flessibilità.

Recessione… ma non proprio. La stima preliminare del PIL statunitense nel secondo trimestre del 2022 è pari a -0,9% annualizzato, un dato che si aggiunge al calo dell’1,6% (confermato) del trimestre precedente. Si tratta di un indebolimento significativo del ritmo registrato nell’arco di due trimestri, che rientra nella definizione tecnica di recessione senza averne tutte le caratteristiche. Uno degli ultimi grandi pilastri dell’economia che continua a reggere è il mercato del lavoro, dove la creazione di posti di lavoro è ancora significativa e il tasso di disoccupazione molto basso.

 

 

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